Giornale del Convegno

Brani da una conversazione con il Senatore Nando dalla Chiesa

Sottosegretario al Ministero dell’Università e della Ricerca con delega all’Alta Formazione Artistica e Musicale

Gianni Pozzi) Potremmo iniziare da questo nostro convegno a Firenze che abbiamo proposto come un contributo all’intero sistema AFAM chiedendo, proprio per questo, al MUR una maggiore partecipazione, anche a sostegno dell’iniziativa stessa. Negli intenti dovrebbe contribuire, per quanto possibile, a una maggiore e più consapevole elaborazione teorica della Riforma del ’99, che a nostro avviso è stata assai deficitaria sotto questo aspetto...

Nando dalla Chiesa) Io spero vivamente che contribuirà a un consolidamento teorico delle scelte compiute nell’approvare la legge di Riforma. Il bisogno esiste. E’ reale. Insisto nel dire che la legge fu frutto di buone intuizioni ma che poi si sviluppò in modo un po’ assertivo dal punto di vista delle sue conseguenze. C’è adesso la necessità di fondare teoricamente la partecipazione dell’AFAM all’area universitaria. E va fondata anche per difenderla, in futuro, da ritorni o rigurgiti di corporativismo accademico...

Che è stato ed è pericolosissimo, come lei sa, uno dei grandi nemici, anche se non il solo, di ogni rinnovamento di queste istituzioni...

Sì, c’è continuamente, proprio perché, secondo me, quella legge non è cresciuta sull’onda di un movimento d’opinione che coinvolgesse la società italiana, ha registrato solo la sensibilità di un certo settore. Anche nella Commissione Cultura l’approvazione fu frutto di un accordo politico, che conveniva a tutti mantenere e garantire, ma il respiro teorico, come dicevo prima, è mancato. Credo debba essere assai più ampia la riflessione e per quanto mi riguarda cercherò di dare il mio contributo al convegno. Ovviamente per farne un elemento di riflessione per tutti, non solo per questo convegno di Firenze

Se fosse per il solo convegno non varrebbe la pena...

Infatti, se funzionale deve esserlo alle mete indicate dalla legge

In questa mancata elaborazione teorica io temo ci sia anche un problema di separatezza del mondo dell’arte dal mondo più ampio del sapere in generale. E’ un problema storico, che risale alla Riforma Gentile degli anni ’30, quando anche Architettura si staccò dall’Accademia. L’arte, il fare arte, rimase qualcosa di separato dagli altri saperi, che infatti confluirono nell’Università. L’arte era un sapere poco formalizzabile, la trasmissione del sapere artistico era qualcosa di vago … E’ un concetto ovunque ampiamente superato, ma l’impressione è che la separatezza permanga nei fatti, che si perpetui anche nel comparto a sé stante in cui le istituzioni AFAM sono confluite e che è un corpo separato rispetto nello stesso Ministero dell’Università. Qual è la sua opinione al riguardo?

Quanto alla posizione del comparto AFAM nell’ambito del Ministero dell’Università non sta a me dire. Io posso solo verificare l’esistenza di inerzie che però coinvolgono tutto il mondo universitario. Che in alcuni punti risulta aperto e inclusivo e in altri si dimostra invece, almeno a maggioranza, diffidente nei confronti di una piena equiparazione. Ma anche perché, lo ripeto, l’equiparazione viene reclamata molto più spesso in termini sindacali che di processi della formazione

Un problema di insufficiente elaborazione teorica, abbiamo detto. Ma anche, aggiungerei, di strutture e risorse. Le istituzioni AFAM, e le accademie che io conosco meglio, sono istituzioni poverissime, pur all’interno di un Ministero che non lo è. Mancano di tutto, dai Regolamenti attuativi della Riforma, agli spazi per lavorare, dai fondi per la ricerca allo status economico della docenza, che è risibile. Le differenze, all’interno della stesso Ministero e di una sostanziale equiparazione, sono clamorosamente stridenti, intollerabili

Lo so, è vero. Ma va rovesciato il rapporto. Non si possono assegnare maggiori risorse senza aver chiarito prima l’importanza di queste strutture. Che è maggiore, molto, di quella che convenzionalmente si attribuisce loro. Si deve valorizzare il settore e l’immagine del settore perché si possano assegnare a questo maggiori risorse

Ma non c’è il rischio del classico serpente che si morde la coda? Senza fondi, senza spazi, le strutture non possono esprimere le loro potenzialità e se non le esprimono non hanno fondi. E’ un giro vizioso...

No, una valorizzazione procede e si impone anche per mezzo di un dibattito pubblico, per dimostrazione di qualità. Questo è il mio ruolo e io cerco, anche con l’aiuto del mondo AFAM, di indicare a una opinione pubblica un po’ distratta, che questo è un settore sul quale è necessario investire. Mi colpisce però una cosa: da un lato la proliferazione di candidature politiche, anche per le presidenze delle istituzioni, dall’altro l’assenza invece della politica in altre occasioni. A Verona, ai recenti Stati Generali dell’AFAM, abbiamo avuto un solo esponente per le due commissioni parlamentari di Camera e Senato. Anche questo è un compito mio...

E’ un segno di scarsa attenzione a questo mondo e giusto mentre in Europa la maggior parte delle accademie si impongono come centri di ricerca, artistica e visiva in genere, di altissimo livello, con estrema dinamicità e strutture e risorse per noi inimmaginabili

Diciamo che è segno di una sensibilità molto smorzata...

Per la vita delle istituzioni AFAM è però anche necessaria l’attuazione del DPR 212 con i Regolamenti attuativi della Riforma che ne regolano l’attività, dalla creazione dei Dipartimenti ai nuovi corsi, dai titoli che si rilasciano, ai master ai dottorati ai piani di studio, fino poi alla situazione stipendiale del personale docente e alla sua mobilità. In un documento redatto in occasione degli Stati Generali di Verona i direttori del comparto AFAM, dopo il rinvio infinito che ne ha contrassegnato il procedere per anni, ne reclamano l’approvazione, almeno antro giugno per poter iniziare a lavorare con parametri diversi nel prossimo anno accademico. E’ possibile?

Io mantengo le promesse, non so se sarà giugno o luglio ma conto comunque di farlo prima dell’estate. Fino ad ora non si poteva. C’era bisogno che si formasse il nuovo CNAM. Adesso c’è e non appena questo sarà completo, anche con l’elezione del presidente, si vedrà arrivare le proposte da discutere e da tradurre in provvedimenti attuativi. La parte che dovrà andare in Parlamento invece cercheremo di farla procedere il più in fretta possibile. Ma, come le dicevo, conto di mantenere la mia promessa

Sarebbe un segnale importante per tutti noi, ormai stremati da una attesa infinita. Ma c’è un’altra questione che torna costantemente, quella del titolo di studio, che non è una laurea ma un diploma equipollente. Lei ha difeso, anche nell’incontro di febbraio qui a Firenze, questa diversità sostenendo l’opportunità che strutture diverse rilascino titoli equipollenti ma diversi. Non crede però che se tra struttura analoghe la differenza può essere un valore, tra strutture così disperatamente lontane, come quelle del comparto AFAM e le facoltà universitarie, questa possa essere un ulteriore segno dequalificante? Strutture poverissime, dove la ricerca è scarsa, dove il personale docente è bistrattato economicamente e giuridicamente, prive di autonomia, e che per di più rilasciano non una laurea ma un diploma che molti enti, solo a fatica, accettano come equipollente.

E’ un modo sbagliato di impostare il problema quello di partire dal titolo. Ricordo una studentessa dell’Accademia d’ Arte Drammatica a Roma, mi fece presente che lei aveva già una laurea e che si era iscritta lì per fare e ottenere qualcosa di diverso da una seconda laurea. E io di questo sono convinto. E’ un modo spiccio per risolvere il problema la questione del titolo.
Quanto alla autonomia poi non credo che le accademie e le altre istituzioni AFAM ne abbiano poca, ne hanno tanta e vedendo le situazioni interne ci si accorge che spesso c’è invece bisogno di una sollecita presenza del Ministero. No, questo lo dico in modo del tutto sincero: penso che in certe situazioni di autonomia ce ne sia stata fin troppa, dal punto di vista amministrativo ai criteri nella scelta dei docenti. Noi, io credo, dobbiamo difendere la qualità, che non è stata difesa abbastanza. Guardi l’autonomia dell’Università, forse 5.300 corsi di laurea sono il segno di una buona gestione dell’autonomia? No, per me sono un’altra cosa...

Questo vale per l’Università, ma nel comparto AFAM i docenti vengono ancora assegnati dal Ministero senza che le istituzioni interessate possano neppure esprimere un gradimento, un parere sul rapporto tra competenze specifiche del docente e necessità dell’istituzione stessa. I presidenti vengono addirittura assegnati attraverso il perverso meccanismo della terna. Ma è impossibile ipotizzare e programmare un percorso collaborativo con qualcuno, soprattutto con un personaggio di alto profilo, se non si è poi in grado di assicurargli l’effettività dell’impegno stesso. Non crede?

Bisogna pensarci bene, bisogna anche evitare che qualche direttore scelga un presidente, non per le qualità di questi ma perché chiuda magari gli occhi su qualche situazione non del tutto trasparente. Questo sarebbe inammissibile

Quanto al proliferare dei corsi di laurea, ho un’altra domanda. Lei ha parlato più volte di poli e non di politecnici. Pensa a questi poli come reti territoriali, centri di specializzazione o si torna alla vecchia idea delle accademie di eccellenza come in precedenti governi si era ipotizzato?

No, nessuna accademia di eccellenza, penso a poli territoriali con vocazioni specifiche, a poli che giochino in sinergia con il tessuto economico circostante o con le istituzioni culturali che hanno intorno. Penso a poli come carte che si giocano per dare un profilo forte, netto, competitivo a una esperienza formativa alta. E questi poli, che dovrebbero riguardare l’intero sistema AFAM, in parte ci sono già, inscritti nelle tradizioni locali, altri vanno invece incoraggiati e aiutati

Vuol dire che, a seconda del contesto territoriale e delle tradizioni dell’istituzione, alcune accademie , tanto per fare un esempio, potrebbero specializzarsi nella pittura, altre nella scultura o nel restauro, altre ancora nella moda o nella multimedialità? Dei poli di efficienza invece di una indistinta genericità dove tutti fanno tutto?

Certo, delle reti in rapporto anche al patrimonio artistico e architettonico, o al tipo di industria di un determinato territorio. Questo fa la qualità. Fra le nomine dei presidenti c’è stata, recentissima, quella di un celebre stilista come Ferré per l’Accademia di Brera a Milano. E’ un segnale che va giusto in questa direzione.