Giornale del Convegno

Una politica del confronto e del dialogo

Giuseppe Andreani
direttore dell’Accademia di Belle Arti di Firenze

Questo convegno rappresenta una occasione di rifl essione circa l’identità e il ruolo delle accademie di belle arti italiane dopo la Riforma del ’99 e gli atti che ne sono conseguiti: dalla autonomia statutaria, ai regolamenti didattici, alle nuove funzioni formative.

In seguito a questi infatti, le accademie, pur conservando la loro identità storica come alte istituzioni della ricerca e della produzione artistica, si aprono anche, attraverso nuovi indirizzi formativi, e all’interno di parametri di riferimento universitari, a una cultura del progetto, della didattica e della comunicazione, fi nora inedite.

Il rapporto fra questi ambiti, le Belle Arti della tradizione da un lato e la cultura dell’immagine dall’altro -dal punto di vista formativo e produttivo, e quindi in rapporto con le strutture del territorio è argomento tanto poco approfondito quanto invece di fondamentale interesse per ogni progetto futuro.

Occorrerà dunque interrogarsi, oltre che sugli sbocchi, anche su come cambia l’insegnamento. Chiedersi se la formazione debba tendere a unifi care questi diversi momenti o esaltarne invece le differenze.

Se la produzione artistica necessiti di un nuovo apporto con l’informazione. Questioni che investono tra l’altro l’articolazione della nuova didattica.

Il convegno si rivolge al corpo docente delle accademie e delle università italiane come momento di confronto sugli indirizzi formativi previsti dalla Riforma, agli studenti per quanto concerne l’orientamento e la fi nalizzazione dei loro studi, agli enti territoriali per la programmazione relativa alle nuove professionalità, alle realtà dell’arte e dell’impresa, interlocutori indispensabili del nuovo corso.

Nel recente incontro che il Sottosegretario con delega all’AFAM, sen. dalla Chiesa, ha avuto con il Consiglio Accademico e i docenti presso la biblioteca, in occasione della visita al nostro istituto, una collega non ha mancato di rilevare come alla legge 508 sia forse mancato un retroterra teorico-culturale sui contenuti veri del disegno riformatore, sull’idea stessa di Accademia quale istituzione di alta formazione e specializzazione artistica in rapporto con gli altri saperi e, in definitiva sui presupposti di una nuova identità dell’Accademia alla luce dei processi di trasformazione della cultura artistica e dell’intero sistema dell’arte avvenuti nel XX secolo. Il sen. dalla Chiesa ha condiviso in maniera totale e convinta il rilievo mosso.

Ecco che, alla vigilia dell’annunciata emanazione dei decreti applicativi del DPR sugli ordinamenti didattici che dovranno dare corpo, almeno a livello ordinamentale e strutturale, alla legge 508 (per altro già in odore di necessario aggiornamento), il presente convegno intende svolgere una riflessione ad ampio spettro, mi auguro approfondita e puntuale, proprio per ridisegnare i contenuti dei 3 concetti-chiave sanciti dall’art. 2 della legge, la formazione, la ricerca, la produzione dell’arte; e quindi intessere un ragionamento sul sapere artistico, ma anche sulla sua prevista articolazione dipartimentale nell’Accademia riformata, che dalla connotazione storica delle Belle Arti, riconiugate in Arti visive, si proietta verso la cultura del progetto e delle arti applicate, fino alla comunicazione e alla didattica dell’arte.

Credo che l’Accademia di Belle Arti di Firenze abbia bisogno, proprio in questo momento di attesa vigilia, di un luogo interrogativo da cui far discendere talune risposte di fondo necessarie per restituire un significato compatibile e forte ad un testo riformatore soft fino all’evanescenza, rispetto ad un settore, come quello dell’alta formazione artistica, rimasto imbalsamato per oltre 70 anni non solo e non tanto negli assetti disciplinari (sui quali si è intervenuto per via accessoria e additiva), quanto nella filosofia ispiratrice della cultura dell’arte, nei suoi contenuti, ma pure nei modelli e i metodi formativi, e perfino negli obiettivi finali. Quasi che le trasformazioni dei valori e dei significati, delle forme e delle espressioni, finanche dei generi e degli stili delle arti, avvenute in questi ultimi 70 anni (e non solo nelle arti), dovessero restare obbligatoriamente marginali al progetto pedagogico-culturale delle accademie, o penetrarvi solo clandestinamente, a dispetto dei nuovi modelli culturali e formativi ampiamente recepiti dagli altri saperi, ingenerando così una deleteria quanto innaturale separatezza. E se proprio nel XX secolo si è creato, o si e è alimentato, lo iato, la disconnessione tra formazione e cultura artistica, tra educazione all’arte e pratica e ricerca creativa, non è possibile poi riproporre tale frattura come paradigma di una malintesa specificità, speculando sul richiamo alla tradizione come finalità dell’umanesimo piuttosto che come sinonimo di dialogo e d’interpretazione della creatività umana nel suo evolversi storico, col rischio di trasformare l’Accademia in una sorta di “cultura di nicchia” oggi tanto radical-chic, ma esattamente contraria al ruolo sociale e pubblico dell’Istituzione.

Per questo il luogo interrogativo non può tradursi semplicemente in un soliloquio autoreferenziale, ma deve essere costruito al crocevia del sistema dei saperi e delle diverse istituzioni culturali e formative, in un confronto aperto quanto critico con il mondo dell’elaborazione, produzione e gestione della cultura: l’Università e gli enti territoriali, i musei e le fondazioni, gli artisti e gli intellettuali.

L’Accademia di Firenze ha messo in conto, da qualche anno, questa politica del confronto e del dialogo, nel più vasto contesto del confronto e del dialogo con la città e l’intera area metropolitana (e con la Regione Toscana nel suo complesso), rispondente per altro all’urgenza di dare significato e valore alla sua presenza sul territorio, in onore e in continuità alla sua storica ed illustre tradizione. - D’altra parte l’arte è per antonomasia sede di incontro e di dialogo non solo fra istituzioni, ma addirittura fra i popoli e le nazioni, come Firenze, con il suo straordinario patrimonio di capolavori offerto ogni anno a milioni di visitatori, ben conosce.

La tavola rotonda sulla non improbabile ipotesi di un Politecnico delle Arti nell’area fiorentina ha rappresentato un primo momento di dibattito collegiale su una delle idee più interessanti indicate dal testo di riforma, svolto con il diretto contributo delle Facoltà di Lettere e di Architettura, della Regione, della Provincia e del Comune i Firenze, ma pure dell’Opificio delle Pietre Dure, dell’ISIA e del conservatorio Cherubini. Da quel tavolo è scaturito poi il progetto di un percorso didattico specialistico integrato fra le tre istituzioni AFAM (Accademia-Conservatorio-ISIA), esperimento-pilota che poteva costituire il tassello di partenza di un Politecnico delle Arti. Quindi il forum La Zona d’ombra. Percorsi di giovani artisti tra formazione e sistema dell’arte, realizzato in collaborazione con la Rete Regionale per l’arte contemporanea TRA ART e con il Comune di Firenze, dove il ruolo dell’Accademia fiorentina, tra formazione e promozione, si è misurato con il sistema dell’arte toscano: dalle realtà museali pubbliche alle fondazioni artistiche, dai centri per l’arte alle gallerie, dagli artisti ai critici e curatori fino al mercato e all’editoria artistica, con il non secondario corredo di un censimento (curato dall’Ufficio Statistica del Comune di Firenze) sugli ambiti occupazionali dei diplomati dell’Accademia nell’ultimo decennio. Un passaggio assolutamente rilevante anche per capire validità e finalità dei percorsi formativi in prospettiva riforma, ma pure i termini e i margini di un loro aggiornamento, nonché la vasta e complessa problematica connessa con l’orientamento post-accademico e gli sbocchi professionali

Ancora luoghi interrogativi cui direttamente si connette il presente convegno che, in maniera ancor più radicale, intende affrontare i presupposti teorici e metodologico-didattici sui quali l’Accademia di Firenze potrà, da domani, “gestire” gli ordinamenti didattici e le nuove strutture dipartimentali forte di un progetto culturale e artistico che la connoterà rispetto alle altre Accademie, ma anche nell’ambito delle istituzioni formative del comprensorio.

Ho sentito molto speso in questa fase di transizione richiami all’identità e alla specificità delle Accademie. D’altronde se identità e specificità vi fossero state, che motivo c’era di una riforma da tutti gridata a gran voce a partire dal lontano 1964, e oggetto di incontri, convegni, letterature varie e disegni di legge a non finire? E poi quale identità e quale specificità: quella dell’accademia vasariana o Leopoldina, o quella gentiliana, o quella che discende piuttosto da un ripensamento sullo stato dell’arte nell’epoca contemporanea e sui processi che regolano la creatività artistica in quella permanente “sfida della complessità” con cui il soggetto umano si trova a fare i conti addirittura a livello planetario e globale, e da cui trarre poi sintesi metodologico-culturale da incarnare in obiettivi e progetti didattico-formativi?

Ma lo stesso transito dalle Belle Arti alle Arti Visive (tanto per citare una nomenclatura del testo di riforma) lo si deve leggere come atto puramente nominalistico, o come conseguenza di una continuità storico-evolutiva, o rappresenta un passaggio concettuale da un’archeologia del sapere ad una trasversalità dei saperi di cui l’arte stessa sarebbe protagonista?

Senza voler anticipare risposte che il convegno dovrà dare, credo tuttavia che esista un punto zero di identità e di specificità delle accademie riformate da cui partire: ed è costituito da quella “cultura del laboratorio” che è il valore aggiunto e l’eccedenza di senso dell’arte rispetto agli altri saperi, all’intreccio specialissimo e irripetibile di creatività e conoscenza, invenzione poetica e pratica metodologica, vocazione espressiva e abilità tecnico-linguistica, e che costituisce, anche in senso topologico, il luogo dove prende vita la produzione artistica e dove prende forma la struttura al contempo teorica e pratica dell’arte che K. Jaspers trovava paradigmaticamente nell’atteggiamento di Leonardo, per il quale l’essere coincide col visibile e il conoscere con la manualità, e l’uno e l’altro si ritrovano coniugati in un pensare “non per concetti, ma in significazioni di linee forme e figure”.

E’ nella “cultura del laboratorio“ che si genera il “fare come sapere”, centro di elaborazione-progettazione-produzione della creatività, prototipo e tipologia distintiva di tutti gli ambiti disciplinari dell’Accademia, dove s’interconnette in modo fondante e fondativo, la formazione con la ricerca e produzione artistica per via di un’esperire figurando di leonardiana memoria, filo conduttore di un percorso di esplorazione attraverso il visibile che s’incarna nel “pensiero della mano”, perpetuandosi attraverso la manualità quella “sapienza dei materiali” che mantiene l’artista a contatto diretto con la realtà delle cose, e che chiude in unico circolo ideatività e prassi.

E uscendo dalla logica consolatoria della lamentatio sull’adeguatezza o meno del nuovo ordinamento didattico costruito sul meccanismo del 3+2, pare invece più interessante e produttivo mettere in atto uno sforzo di elaborazione culturale per identificare finalità e processi formativi e di ricerca in una cultura dipartimentale finora inedita per l’Accademia di Firenze, soprattutto inedita nei confronti dei dipartimenti di Progettazione e di Comunicazione dell’arte che rappresentano una novità assoluta di estremo interesse - cui il convegno dedica attenzione particolare e mirata con due giornate di studio-, e per i quali ci sarà bisogno di tirar fuori tutta la capacità di dialogo e di confronto con le altre istituzioni territoriali per costruire percorsi di forte originalità e di alta qualità, eliminando sul nascere la duplicazione e il deja vu.

C’è uno specifico fiorentino per il dipartimento delle arti visive?

Quali le premesse culturali e le condizioni operative per aprire all’Accademia di Firenze un percorso sul Restauro e la conservazione, in una realtà sulla quale per altro opera già un istituto come l’Opificio delle Pietre Dure?

Le frontiere del design per l’impresa trovano in Firenze terreno fertile perché l’Accademia interagisca con la cultura della moda? E quale l’identità professionale derivata da un percorso di Didattica dell’arte in un comprensorio ricchissimo di enti museali?

Luoghi interrogativi, dai quali potrà eventualmente emergere un’ipotesi di ordinamento confacente alla tipologia dell’alta formazione e specializzazione artistica: mi riferisco ad un percorso di laurea magistrale a ciclo unico, prevista per l’esercizio di professioni regolamentate dall’Unione Europea che potrebbe risultare funzionale ai progetti formativi di ricerca pura e di alta professionalizzazione, fortemente sperimentali e innovativi nei contenuti culturali, negli assetti disciplinari e nelle metodiche didattiche. Se poi lo si vorrà chiamare Politecnico delle Arti, sarà per fatale, necessaria conseguenza.

Anche questo è obiettivo non celato del presente convegno, che è stato reso possibile dalla collaborazione attiva e concreta degli assessori regionali all’Istruzione, Formazione e Lavoro, Gianfranco Simoncini e alla Cultura, Claudio Martini, all’impegno del Direttore Generale degli assessorati Ugo Caffaz e di tutti i funzionari degli assessorati stessi.

Un grazie sentito a Gianni Pozzi, curatore e anima sapiente del Convegno, a Gaia Bindi che ha collaborato assiduamente con lui, a Pier Luigi Tazzi per le preziose indicazioni e a tutti i colleghi che in questi mesi hanno contribuito: Rosella Alberti, Vittoria Biasi, Massimo Carboni, Marco Cianchi, Patrizia Contardi, Andrea Granchi, Susanna Ragionieri, Vincenzo Ventimiglia. Un ringraziamento inoltre a Eugenio Cecioni che si è occupato della grafica a Patricia Diaz per le traduzioni, a Antonio Rago e Luciano Preti per l’apparato fotografico.

Un grazie di cuore a tutti gli relatori che sono i veri animatori del dibattito.

Al Sottosegretario con delega all’AFAM sen. Nando dalla Chiesa, infine, e al direttore Generale AFAM Giorgio Bruno Civello l’Accademia è grata per la sensibilità e l’attenzione mostrata verso questo convegno che mi auguro dia i risultati attesi.